testo di Nike Baragli

Mano-immissioni, racconti di artigiani: Federico Orsi e il Vigneto san Vito

Potrebbe sembrare oltraggioso cominciare una storia su un vignaiolo parlando di aceto, ma il vino, si sa, concede e legittima. 

La storia inizia nel bacino mediterraneo, ai tempi antichi, quando tanto gli eroi omerici, quanto gli imperatori romani, come gli aruspici etruschi, ciascuno preso dai suoi doveri pressanti, si dissetavano con una bevanda a base di acqua e aceto: i primi la chiamavano oxycrat, e l’accompagnavano al miele; i secondi posca, e da popolo di nascita e costituzione rude, la consumavano così com’era. Bibita rinfrescante e antisettica era tenuta in grande considerazione dalla dietetica antica per mitigare gli umori di certe pietanze, per combattere piaghe, reflussi, morsi di serpi e affini. La posca rifocillava senza inebriare –posca fortem, vinum ebrium facit, si diceva-  incarnando simbolicamente un’idea di frugalità, e dunque di virtù. Era il complemento immancabile al vitto dei legionari, e pertanto percepita come bevanda d’uso quotidiano.

L’etichetta della bottiglia al mio fianco racconta, in breve, questa storia. La Posca Bianca di Orsi, vino bianco perpetuo, reitera il senso di quella bevanda antica, ordinaria nel consumo, ma rappresentativa dal punto di vista simbolico. Federico ne parla come di un’orchestra, della sintesi dei frutti del Vigneto San Vito negli anni: il vino è l’esito di una vasca cominciata nel 2011, e perennemente ricolmata con un uve Pignoletto, Alionza e Albana. L’altro volto dell’etichetta illustra con quattro immagini l’anima dell’azienda: si tratta di Aria, Fuoco, Acqua e Terra, le materie prime che fanno il vino, gli strumenti di questo artigianato.

 

Figlio della prima generazione di emancipati dall’agricoltura, nipote di un chimico amante del vino e amico di tanti produttori langaroli e francesi, Federico Orsi, da poco laureato in ingegneria e intento a compilare application per un MBA all’estero, si trova nel 2005 a poter scegliere se rimanere piuttosto sulle colline di Monteveglio, nella Valsamoggia. L’occasione è data dalla morte del titolare di una piccola, ma rinomata, azienda vinicola a 3 km dalla sua casa natale. Alla famiglia Orsi viene proposto di rilevarla, ma Federico è il solo a vivere in Italia, quindi è a lui che spetta la scelta: assieme alla moglie si danno 5 anni per imparare il mestiere e capire se il gioco vale la candela. La conversione della conduzione in biodinamica è immediata, l’azienda è piccola e il territorio rinomato il giusto, occorre dunque eliminare le interferenze umane e liberare l’espressività della terra. La scelta è dettata dal desiderio di innescare un processo che dalla piena vitalità del terreno porti un frutto che in cantina è capace di condurre da solo il suo ciclo –accompagnato dal conforto dell’uomo, e accompagnandolo a sua volta- e diventare vino. La cantina è il laboratorio degli esperimenti sui materiali, non sulle sostanze: le fermentazioni si compiono sempre in contenitori diversi, dall’acciaio, al cemento grande e piccolo, alla botte grande, alla barrique, per arrivare alle anfore, nelle due versioni, d’Impruneta e georgiana. Tranne pochi punti fermi non ci sono regole, nulla è dato per scontato, e l’approccio sperimentale è quello scelto per cercare di ottenere vini che siano sempre più il riflesso del concerto dei quattro elementi. Nel vortice degli esperimenti è normale che anche l’elemento Umano cambi assieme agli altri, stabilendo una sintonia così profonda con il luogo, da sentire l’esigenza di moltiplicare le occasioni di dialogo con questo. È così che alla vigna si aggiungono gli orti, in un progetto che va oltre l’autoconsumo, e che vede coinvolti altri agricoltori della Valsamoggia, che, con Federico capofila, si rivolgeranno alla ristorazione. Ed è ancora così che nella tenuta compaiono alcuni esemplari di mora romagnola e delle galline modenesi. Gli uni e le altre collaborano alla pulizia dei terreni: i primi fanno scomparire l’erba e le radici superficiali, mentre le galline ripuliscono i segni del passaggio suino.

La ricerca costante di nuovi elementi che sommati ai precedenti perfezionino l’armonia del nido è il senso vero e spontaneo dell’approccio biodinamico, che lontano dall’essere una dottrina aprioristica, è una pratica che si adatta all’ambiente tutto –naturale e umano-progressivamente, di pari passo con lo sviluppo della sensibilità.

Undici anni dopo l’inizio di questa avventura non ci sono dubbi: se ci si dovesse sedere al tavolo di una bettola, spendere le poche monete arraffate in tasca per accendere lo stoppino, e scommettere sul futuro, il Vigneto san Vito sarebbe senz’altro un gioco per cui la candela vale.