testo di Ilaria Brunetti

La formidabile storia dei Reed Hook Food Vendors

Trovare un nesso tra pallone e generi alimentari che vada oltre all’hot dog da stadio, potrebbe sembrare effettivamente difficile. Eppure, pur non essendo una tifosa, mi sono imbattuta in una storia appassionante fatta proprio di calcio, di generi alimentari e di generi umani.

Scenografia e, in parte, protagonista è Red Hook, un angolo di New York che conoscono in pochi, affacciato sul mare a sud est di Brooklyn. È qui che incontro i Red Hook Food Vendors, un’associazione di food trucks che serve cibo da strada latino-americano, della quale avevo letto qualche informazione qui e là e che il fiuto o la fortuna mi hanno spinto a conoscere di persona.

Per raggiungerli prendo un traghetto che salpa da Manhattan e pare navigare indietro nel tempo: sotto un caldo sole di luglio, lascio alle mie spalle i grattacieli della City per andare incontro a suggestivi edifici di mattoni rossi, silenziosi e austeri.  Una volta attraccati, attraverso un grande parco e finalmente raggiungo i RHFV. Non sapendo bene cosa aspettarmi, quando vedo solo sei piccoli camion, mi chiedo se per caso il mio fiuto si sia sbagliato.

Ma non appena inizio a parlare con Cesar Fuentes, direttore dell’associazione, capisco che questo piccolo mercato ha davvero qualcosa di speciale, epicentro di un intenso scambio culturale.

“Non è la taglia, è la storia ciò che rende unici i Red Hook Food Vendors: è uno dei più vecchi e dei più conosciuti mercati per il cibo latino-americano a New York.”

Per comprendere il valore dei RHFV, bisogna attraversare la storia del quartiere che Cesar, sociologo, conosce bene. Red Hook ha un passato non facile: sorto nel 1600, nel 1800 diventa un importante porto per la costruzione navale ma quando, il secolo successivo, l’attività si sposta in New Jersey, inizia a scivolare in una profondo degrado. L’amministrazione newyorkese sposta qui le case popolari, facendone un quartiere ricco di etnie diverse ma povero e malfamato, al punto da essere considerato, negli anni ’90, come la capitale del crack degli Stati Uniti.

Gli immigrati europei e sudamericani portano nel nuovo continente anche le loro tradizioni secolari, tra cui uno sport all’epoca poco diffuso in America: il calcio.  Negli anni ’70 sorge a Red Hook uno dei pochi campi di calcio della città, in cui tutti i fine settimana si ritrovano giocatori e tifosi. L’aria aperta e il pallone, si sa, mettono fame, e ben presto compaiono i primi venditori di cibo tradizionale latino americano, inizialmente in prevalenza colombiani, poi di tutto il centro e sud America.

“Questo mercato nasce nel 1974, dalla passione e dall’amore per il calcio.”     

Basta poco, qualche tavolo, una bombola di gas, una griglia e le ricette autentiche di tradizioni lontane, per ricreare attorno al campo quello che Cesar definisce come il feeling di una piccola cittadina coloniale. Nasce così il mercato artigianale dei Red Hook Food Vendors, che ben presto si fa conoscere per la qualità e la varietà del cibo centro e sud americano offerto.

Nel 2000 prende il via il processo di trasformazione del quartiere, le case popolari vengono demolite, sostituite da negozi e case di lusso, che attirano artisti, hipster,attori...I prezzi aumentano e i piccoli negozi, i “mama and papa stores” non riescono a sopravvivere. Nonostante la popolarità sempre maggiore dei RHFV, anche loro rischiano di sparire, a causa dell’amministrazione newyorkese, che cerca di proibirne l’attività . Politici e celebrities vengono coinvolti nella battaglia in difesa del mercato, che termina solo nel 2006. I venditori ottengono il permesso per continuare il loro lavoro, ma ad una condizione: passare al camion, i famosi food truck, ora tanto di moda, in questo caso sono un’esigenza. I costi per l’acquisto e la manutenzione dei camion sono molto elevati e i permessi molto severi: possono stazionare solo al campo e solo nei finesettimana da aprile a ottobre. Oltra al costo, c’è chi si lamenta perché all’interno fa troppo caldo, mentre i rapporti con i clienti diventano più freddi. Ma c’è anche chi ne riconosce i vantaggi, è pratico per la cucina e ci si sente più sicuri.

I food truck dell’associazione oggi sono sei, ognuno con le proprie specialità, ognuno con una storia da raccontare: Ceron truck, colombiano,  El Olomega e Solber Pupusas, salvadoregñi e tre messicani, Vaquero truck, Country Boys e PiaztlanBK. Ben quattro di loro hanno vinto il conteso Vendy Award, che ogni anno premia il miglior food truck di New York: distinguersi tra migliaia di partecipanti, non è certo cosa da poco.

Yolanda Ceron, questo mercato l’ha visto nascere e da ben 36 anni prepara qui arepas, delle schiacciatine di farina di mais, spiedini di carne e altre leccornie colombiane. Non sembra aver voglia di parlare quando la incontro: “Cosa vuoi sapere da me? La mia storia,  l’ho raccontata talmente tante volte che ormai l’ho dimenticata…”, ma poco a poco si lascia andare e mi racconta di quando, ancora ragazzina, veniva qui con la madre, più interessata a guardare i giocatori  che a cuocere le arepas. Mentre mi gusto uno dei suoi succulenti spiedino di manzo speziato, mi confessa che ora è stanca e senza sua figlia Yezenia e l’aiuto del nipote Giovanni, non ce la farebbe.

Da El Olomega scopro la pupusa, una spessa tortilla ripiena, tipica di El Salvador. Marcos Lainez, che nel 2008 ha preso in mano l’attività iniziata dalla sua famiglia vent’anni prima, mi illustra con il suo gran sorriso le 15 varietà di pupusas che propone, dalle più tradizionali con formaggio e carne o formaggio e Loroco, , un fiore salvadoreño dal gusto vagamente simile a quello del carciofo, con cui ha conquistato il Vendy nel 2013, alle nuove versioni, di  cui molte vegetariane, nate per soddisfare i gusti dei newyorkesi.

Anche Rafael Soler, di Solber Pupusas, è specializzato nella cucina salvadoreña, pur essendo in realtà dominicano. Anche lui detentore del Vendy, nel 2011, ha partecipato alla famosa trasmissione televisiva americana di Marta Stuart per presentare agli americani le pupusas, che secondo lui sono destinate a diventare i nuovi tacos. Tra Rafael e Marcos, nessuna competizione: sono colleghi, ciascuno con le proprie peculiarità.

Anche i tre vendors del Messico sono tra loro molto diversi. Il Vaquero truck, di Everardo Vaquero, uno dei primi messicani tra i RHFV, offre frutta freschissima e l’“elote preparado”, una pannocchia con spezie e formaggio. Il Country Boys, premiato al Vendy nel 2009, di Fernando Martinez, è famoso in tutta New York per i suoi huaraches, una grande tortilla farcita con fagioli, carne e/o verdure, mentre l’orgoglio di Eleazar Perez, proprietaria del Plaztan, vincitrice del Vendy nel 2012, sono i tacos con carne di pecora e le flautas, dei coni di tortilla fritti e farciti. Eleazar ricorda bene quando li preparava da bambina, con la madre, per venderli lungo le strade di Plaxtan e come, arrivata a New York e capitata per caso al campo di Reed Hood, abbia capito subito che quello era il posto ideale per riproporre la sua cucina.

Sul campo di Red Hood nazionalità, culture ed estrazioni sociali diverse si scontrano davanti al pallone e si incontrano davanti a una pupusa, perché tanto il calcio quanto il buon cibo hanno il grandissimo potere di abbattere barriere sociali e pregiudizi.