foto di Roberto Taddeo
testo di Nike Baragli

Mano-Immissioni, racconti d’artigiani: Aquila del Torre

Fino a qualche secolo fa, sui colli orientali, esisteva un piccolo convento immerso tra i tralci delle vigne, al confine con un bosco popoloso. L’edificio era abitato da suore, che si avvicendavano con il passare degli anni, ma che assieme alla vocazione per la religione coltivavano tutte una passione naturale per il vino, e in particolare per il Picolit. Questa bevanda dolce non dolce -come osservava Veronelli- partorita da terreni minerali e ottenuta tramite l’appassimento delle uve sui graticci, accompagnava i momenti d’ozio delle consorelle.

 La ricostruzione -non del tutto storica, bisogna ammetterlo- di questo quadretto è frutto della magia che pervade dall’alto al basso i terreni dell’azienda Aquila del Torre, alle cui pendici si trovano i muri di quello che fu il convento delle suore. I 19 ettari vitati si dipanano infatti disegnando due teatri, protetti alle spalle dai boschi ancora gremiti di vita, e alle pendici dal fiumiciattolo Torre, che segna netto il confine tra la natura urbanizzata e quella verdeggiante. Il paesaggio agrario sembra disegnato nel dettaglio da un qualche architetto dai poteri sovrumani, apposta per ospitare quei filari di vigne, che risalgono progressivamente le pendici del colle. Le conche sono la formazione tipica dei colli orientali del Friuli: prue di roccia che si affacciano prepotenti, plasmate dal soffio incessante dei venti, che assieme alle precipitazioni abbondanti sono la caratteristica di questa zona. Le vigne di Aquila del Torre crescono aggrappate a quelle che sembrano le due ali spiegate di un rapace di roccia, affondando le radici nell’arenaria e nell’argilla. Partendo dalle pendici, per risalire pian piano, si incontrano filari di Sauvignon Blanc, Friulano, Picolit, Verduzzo, Merlot, Refosco, fino al Riesling, che dalla cima del colle controlla i piani bassi.

La famiglia Ciani si è insediata su queste terre vent’anni fa, quando il padre, Claudio, ha deciso di abbandonare il mondo della meccanica di precisione, per dedicarsi alla terra e al vino. Scelta l’oasi dove piantare radici, la famiglia si è impegnata anzitutto nell’impianto di nuove vigne, nella cura di alcune delle vecchie (tra queste ci sono piante di più di cinquant’anni), nel recupero della stalla, che è diventata la vineria, e nel restauro di alcune camere per l’ospitalità. Sono quattro i simboli che i Ciani hanno scelto per sintetizzare la loro storia su quel territorio: una coccinella, una conchiglia fossile, il vento e una collina terrazzata. Su questi elementi si gioca l’intervento dell’uomo, che si trova investito del ruolo di guardiano della biodiversità, che deve rispettare le marne sedimentate in milioni di anni, lasciando che la fatica delle radici che scavano la roccia emerga anche nel calice. È sempre il viticoltore che deve adeguare la potatura e la disposizione ai venti che non si arrestano mai, e che sono la ricchezza di queste terre dal clima sempre cangiante, assecondare la pendenza delle colline, in modo da garantire una buona esposizione alle piante. La costipazione dei filari terrazzati impone un lavoro totalmente manuale, senza ricorso ad alcun macchinario in vigna. La naturalità dell’approccio nella produzione del vino ha un effetto benefico che rimbomba nei boschi attorno, ripopolati dopo tanti anni di abbandono da stormi di uccelli, da insetti e altri animali. Anche se il cuore di Claudio è votato al Riesling, che proprio per la sua personale passione ha voluto piantare, l’uva che più caratterizza l’azienda è il Picolit. Di questa varietà se ne coltivano 40 ettari in tutto il mondo, esclusivamente in Friuli: il 10% della produzione totale è dell’azienda Aquila del Torre. Questo vitigno storico ha visto un calo netto della produzione nel corso degli anni, date le difficoltà che presenta sia per le basse rese, che per la vinificazione –che tradizione vuole dolce- che non alletta più i palati, come una volta faceva con le anziane suore del convento. I Ciani sono i soli ad aver ovviato al secondo limite vinificando il Picolit anche in versione secca. È nato così Oasi, il vino che ha lo stesso nome della struttura ricettiva, e che incarna la magia delle potenzialità di queste conche di roccia.  L’azienda produce in totale 45.000  bottiglie ogni anno, le cui etichette raccontano, come già i quattro simboli, la compenetrazione inestricabile tra l’uomo e la pianta, necessaria alla nascita del vino: una ballerina vestita della foglia della vite adorna il Riesling; un viticcio serioso che indossa un cappotto avvolge il Sauvignon; il profilo di una donna scarmigliata dalle radici abbraccia la bottiglia del Friulano.

Con i suoi undici diversi racconti - sono infatti undici i tipi di vini prodotti - delle pendenze, delle asperità e delle brezze dei colli orientali, Aquila del Torre testimonia, con gusti dissonanti ma armoniosi, la storia di secoli di viticoltura su queste terre.