testo di Giorgia Cannarella

Bugs, o degli insetti che vanno al cinema (e in padella)

Fa più notizie che al Tribeca Film Festival abbiano un ruolo da protagonista gli insetti, o che ce l’abbia uno chef sardo?

 

Il festival cinematografico è uno di quegli eventi verso cui noi italiani sviluppiamo una sorte di sindrome da inadeguatezza cronica: certo, abbiamo Venezia, abbiamo Roma, ma il Tribeca, il Tribeca non è roba per noi. E invece quest’anno a New York, nella sezione documentari, ci sarà il volto di uno chef sardo proiettato sullo schermo e riflesso nei volti degli spettatori che forse per la prima volta si troveranno a fronteggiare una verità dal sapore dolceamaro (più acido, in realtà - ma questa è un’altra storia): gli insetti si mangiano.

 

Si mangiano in molte parti del mondo, in molte culture, in molti modi: fritti (che, come dovrebbe insegnarci il vecchio adagio italiano, è un metodo efficacissimo di mangiarli); in chutney; in farina; trasformati in sale; alla griglia. E la lista potrebbe continuare, saltando di paese in paese e di specialità in specialità, fino ad arrivare alla Sardegna, a quel casu marzu con i vermi che saltellano pure loro.

 

Da lì viene Roberto Flore, da quell’impasto secolare di tradizioni in cui si è formata la cucina sarda. Una cucina ancestrale e primitiva per il rapporto con la terra e la pastorizia che nella sua prima vita - quella da “autenticamente chef” - Roberto studiava, pensava, reinterpretava. Poi è arrivata la sua seconda vita, quella al Nordic Food Lab. Nel laboratorio di ricerca di Copenhagen, fondato da Rene Redzepi, lui è arrivato con un contratto di stage per qualche mese e l’entusiasmo di chi un momento così l’ha sognato tutta la vita. Era il 2014.

 

Ora Roberto è head chef del NFL, ed è in questo che la sua strada ha incrociato quella del regista di Bugs Andreas Johnsen. Negli ultimi tre anni Johnsenha seguito lui, Josh Evans e Ben Reade, altri due ricercatori del Lab, mentre giravano il mondo per conoscere e capire le popolazioni mangiatrici di insetti - un compito non propriamente facile, se si considerano che parliamo di due miliardi di persone.

 

L’espressione “girare il mondo” non è un’iperbole retorica, visto che le riprese vanno dall’Australia al Messico, dai calabroni giganti del Giappone ai mercati kenyoti, dagli insetti raccolti a quelli allevati. Molte domande, una su tutte: gli insetti possono essere - e come possono essere - il cibo del futuro?

 

Il film verrà proiettato oggi al Tribeca, e vedremo quante risposte porterà. In sala ci sarà anche Roberto - ma forse lui la sua risposta l’ha già trovata.