testo di Lucia Gaiotto

Il potere dell'amaṛt

Fa freddo e la gente cammina veloce con i pacchetti luccicanti che spuntano dalle borse di carta: le luci intermittenti scaldano la sera, si spengono e ci si sente tutti un po’ più soli, si accendono e pare che minuscole stelle brucino sui fili elettrici. Incontro Filippo poco prima di Natale, nel locale che gestisce insieme al suo socio Antonio.

 

Il “Lanificio San Salvatore” si trova a Torino, nello storico quartiere di San Salvario, e sorge nei locali di un ex lanificio d’inizio Novecento. Le luci sono soffuse, è l’ora dell’aperitivo e la gente parla piano, mentre in sottofondo passano le canzoni di Fabrizio De Andrè. Un albero di Natale stilizzato, con lucine dorate e spicchi d’arancia al posto delle palline, invita a entrare per un bicchiere di vino e un piatto di lasagne croccanti. Mi siedo a uno dei tavoli di legno, ricavato da una vecchia macchina da cucire, e aspetto il padrone di casa.

 

“La logica ti porterà da A a B, l’immaginazione ti porterà ovunque”, diceva Albert Einstein. Siamo abituati a considerare arte tutto ciò che ne ha acquisito lo status nel corso dei secoli: i dipinti di Van Gogh, “La Recherche” di Proust, la nona sinfonia di Beethoven. Eppure, quando Einstein parlava d’immaginazione non aggiungeva una postilla per escludere certi tipi di creatività, per dare loro un valore minore. Diceva semplicemente: siate creativi, arriverete ovunque.

 

Quando penso al processo creativo, ad esempio, a me vengono sempre in mente Filippo, Antonio e l’amaròt. Filippo è un ragazzo sui trent’anni, quel tipo di eleganza senza impegno e lo sguardo intelligente negli occhi che osservano tutto e sorridono senza nasconderlo. Arriva di corsa, ma non sembra stia correndo: mantiene intatto l’incedere tranquillo, consapevole del fatto che sono poche le cose che davvero non possono aspettare. Mi offre da bere e, prima di iniziare, si raccomanda di citare il suo socio Antonio: perché che la creazione sia frutto di una sola mente è un mito vecchio come i ferri da stiro a carbone.

 

L’amaròt, infatti, Filippo e Antonio se lo sono inventato insieme, a partire da un’idea semplice: creare un amaro a base di chinotto. “Ci siamo basati su una raccolta di antiche ricette piemontesi che ci ha fornito l’infusore Carlo Quaglia, cui ci siamo poi affidati per la produzione dell’amaro. Ne abbiamo scelta una tipica della bassa valle, che abbiamo ampliato decidendo di aggiungere il chinotto.” Scelta coraggiosa, come ogni piccolo atto d’innovazione, tanto che lo storico infusore di Castelnuovo Don Bosco inizialmente ha storto un pochino il naso: abbinare un agrume all’amaro di montagna? Non si era mai vista una cosa simile. “Quaglia stava già lavorando su un liquore a base di chinotto: abbiamo deciso di unire gli sforzi.” Tradizione e innovazione, dunque: matrimonio che, di solito, arriva sempre alle nozze d’oro.

 

Ci è voluto tempo, per arrivare alla ricetta giusta: un anno intero di modifiche continue, una trentina di formulazioni diverse da assaggiare. Per ognuna ci volevano almeno un paio di settimane di riposo: abbiamo fatto impazzire gli infusori! Trovare la ricetta giusta è stato uno dei momenti più belli del processo creativo, ma anche il più difficile.” Non stupisce, ovviamente, che la ricetta sia segreta: a comporla 30 erbe e spezie, di cui solo 25 compaiono in etichetta: tra le altre, arancio amaro, vaniglia, cardamomo e china, con accenti  di liquirizia, anice e cacao. L’amaròt è l’unico amaro in tutta Italia a non contenere alcun tipo di aroma, né naturale né artificiale. Le erbe e le spezie vengono messe in infusione in alcool separatamente le une dalle altre, per poi lasciare che maturino insieme in botte. Scegliamo con cura le materie prime: perfino l’alcool deriva da grano di alta qualità.

 

Dopotutto, la scommessa di Filippo e Antonio è stata proprio quella di garantire prezzi non troppo lontani da quelli dell’amaro industriale, pur producendo un amaro di nicchia. Non sarà un caso che il loro sia l’unico amaro all’interno del listino Velier, storico distributore che ha permesso al loro prodotto di farsi conoscere in giro per l’Italia. Una volta creato l’amaròt, infatti, bisognava distribuirlo, trasformare quello che era partito come un gioco in cui coinvolgere fidanzate all’assaggio, in qualcosa di più, qualcosa di condivisibile prima con il quartiere, poi con la città, infine con la penisola. “Ci abbiamo messo due mesi interi solo per disegnare l’etichetta e immaginare un packaging totalmente fatto a mano: costi che hanno inciso notevolmente, ma che ci hanno anche permesso di puntare in alto.

 

Ad aiutare, sicuramente, anche i Caroselli con il poeta Guido Catalano e il compositore Andrea Gattico, protagonisti della scena artistica torinese: brevi spot d’autrefois, in cui il poeta Catalano conquista la bella Julienne (interpretata da Gattico), proprio grazie all’amaròt. “I Caroselli sono andati in onda nel circuito dei cinema locali: la gente, quando usciva dopo il film, ancora se li ricordava e li commentava. Abbiamo voluto immaginare una campagna pubblicitaria bella, divertente: i Caroselli erano talmente assurdi che non potevi dimenticarli.

 

Come spesso accade, infatti, l’amaròt si è fatto conoscere in maniera virale, grazie al passaparola e ad alcuni gestori di locali che si sono particolarmente affezionati. “Ci sono città in cui, inspiegabilmente, l’amore per l’amaròt è senza eguali: la Puglia, per esempio. Ora ci distribuisce anche Eataly, ma sappiamo che dobbiamo tutto a singole persone che hanno creduto in un prodotto e nella creatività. Ad oggi ciò che mi rende più felice è scoprire che l’amaròt è arrivato in luoghi dove ancora non siamo stati noi a portarlo: qualche giorno fa, un amico mi ha inviato una foto da Londra. Nella foto c’era l’amaròt, e noi a Londra non abbiamo ancora incominciato a esportare. Significa che qualcuno si è innamorato dell’amaro e l’ha portato con sé, ed è la più grande soddisfazione possibile.

 

Un po’ come accade con un romanzo, che ad un certo punto prende vita propria e segue traiettorie inimmaginabili, tra lettori che se lo scambiano e che vi leggono dentro più di quanto ci abbia messo l’autore. Creare, dopotutto, significa anche far nascere e, quando è arrivato il momento, rendere indipendenti i propri figli, farli crescere. Abbiamo in cantiere l’idea di esportare la ricetta negli Stati Uniti. Il problema è che ci sono regole molto severe circa la stabilità degli alcolici, regole che escludono l’utilizzo di ingredienti naturali come la china o i coloranti non artificiali, perché degradabili. Stiamo cercando di riadattare la ricetta senza rinunciare al principio del “no aromi”, ma è pressoché impossibile. Sembra che stiano varando nuove leggi e al momento aspettare una maggiore apertura al naturale ci sembra l’unica modalità possibile di arrivare al loro mercato” prosegue Filippo. Il classico paradosso delle merendine: all’asilo non puoi portare la torta fatta in casa perché i bambini potrebbero star male: leggi che aiutano l’industria e ostacolano i prodotti locali, insomma. Per fortuna, Filippo e Antonio procedono su più fronti: “Abbiamo un altro progetto in mente, sempre legato ai prodotti autoctoni del Piemonte, ma non posso ancora rivelare nulla”. Sorride. Chiaro, chiusa una storia ne nasce subito un’altra. Ma guai a rivelare la trama prima della pubblicazione.

 

Portare fuori dai confini nazionali l’amaròt è una bella sfida” aggiunge Filippo. “L’amaro è difficile da spiegare all’estero. Quando mi chiedono di che si tratti non ne capiscono del tutto la funzione. Mi chiedono quando si beve, mi chiedono a cosa serve. Ma l’amaròt non ha la funzione di un digestivo. L’amaròt è un amaro dolce, la sua è una funzione conviviale. Bere non tanto per il bere in sé e per sé, ma per stare insieme, per avere una scusa e trovarsi a chiacchierare. Credo che questa modalità di accostarsi al cibo, al bere, sia una modalità tutta italiana, una bellezza tutta italiana, che all’estero non potranno mai comprendere fino in fondo.”

 

Una modalità di vivere, forse, una questione sociale fondamentale che eleva il cibo ad uno status ulteriore: quello di acceleratore di conoscenze, quello di scintilla di amicizie, quello di catalizzatore di nuovi amori e di grandi passioni. Uno status che non ha nulla da invidiare alle ninfee di Monet e che, soprattutto prima di Natale, cela il potere più grande di tutti: quello della condivisione.