testo di Nike Baragli

L'avocado di se stesso. Apologia di una coltura biodiversa

 

Nel 2002 Felipe Fernàndez-Armesto, storico britannico, nel suo libro Near a Thousand Tables. A History of Food si serve di una sentenza chiaramente falsa per avvalorare la sua tesi. Analizzando come i grandi flussi commerciali nella storia, i cambiamenti climatici e i mutamenti culturali abbiano modificato i colori e i sapori delle varie cucine, dichiara: "Nel tricolore italiano le tinte della bandiera alludono a fette di pomodoro, mozzarella e avocado. Se la mozzarella è un formaggio locale, tuttavia pomodoro e avocado sono frutti che l’Italia ha importato dalle Americhe".

 

Pochi mesi fa, in un articolo dal titolo Clima: ulivi sulle Alpi, banane e avocado Made in Italy in Sicilia si racconta, con un tono misto di premura e fiducia, di "una sfida che mette alla prova la capacità dell’agricoltura di trovare l’innovazione nella tradizione, cercando di ottenere il meglio dai mutamenti economici e climatici". Se il riferimento alla tradizione è dubbio –forse si intende la tradizionale disposizione del sud Italia a essere conquistato?- l’innovazione sta sicuramente nella conversione delle colture: non ci sono più le mezze stagioni, mettiamoci a coltivare l’avocado. Forse Armesto c’aveva visto più lungo di tutti annoverando il frutto tropicale tra i pigmenti identitari del tricolore.

 

L’idea potrebbe essergli nata da una notizia reale: in Sicilia già dal 2001, nel territorio di Giarre, è cominciata la riconversione di alcuni limoneti in campi di avocado. La produzione è cresciuta negli anni e nel 2013 è nato il marchio SiciliaAvocado, votato principalmente al mercato estero e solo da poco anche a quello nazionale. La conversione sicula è la punta di diamante di una serie di studi di lungo corso che sono iniziati già negli anni ’80 in diverse zone d’Italia, riconosciute come vocate alla coltivazione di questo frutto: Campania, Sardegna, Sicilia orientale e sudoccidentale. L’interesse crescente del consumatore italiano, entrato in contatto con i frutti esotici solo dopo la seconda guerra mondiale, avrebbe destato la curiosità di tecnici e imprenditori agricoli riguardo le possibilità di coltura in loco.

 

9000 anni fa circa, con la scomparsa di molti grandi mammiferi in America Centrale, le popolazioni indigene si trovarono costrette ad addomesticare alcune piante selvatiche per sopravvivere. Tra queste spiccava l’avocado, il cui apporto di grassi spostava l’ago della bilancia quotidiana. Quando i conquistatori spagnoli giunsero nel nuovo mondo, tra il XV e il XVI secolo, rimasero affascinati dal sapore dell’ahuacatl, letteralmente ‘albero testicolo’, che per assonanza ribattezzarono aguacate, da cui l’inglese avocado. L’incedere della conquista fu ritmato dalla semina di questo frutto, di cui di conseguenza si diffusero diverse varietà. Già a metà de XIX secolo l’avocado cresceva in Africa, Polinesia e alle Hawaii.

 

L’albero teme il freddo, il vento, e l’eccessiva esposizione ai raggi solari. Non tollera terreni troppo umidi, salini e calcarei. È una pianta conviviale e mai monotona: è ermafrodita ma dicogama, i suoi organi femminili (stimmi) e maschili (antere) sono recettivi in momenti differenti, questo rende impossibile l’autofecondazione, tranne che in presenza di eventi atmosferici che ne modificano il ciclo. L’avocado è un fautore della biodiversità, per allevarlo con successo occorre differenziare le cultivar (varietà) accostandone di complementari, in modo che i periodi fertili si incrocino con successo. L’albero impiega il tempo di una gravidanza a far maturare i suoi frutti, il raccolto, in media, avviene dunque ad anni alterni.

 

Rintracciate le caratteristiche necessarie all’attecchimento dell’avocado, in Italia è cominciata la riconversione: mentre i campi di pomodori migrano fino alla Pianura Padana, in Sicilia, gli agrumeti nati come l’altra faccia della speculazione edilizia del sud, vengono trasformati in piantagioni di avocado.

 

Sorge spontanea la domanda: con che progettualità, con quale lungimiranza sta avvenendo tutto ciò? È l’ennesimo espediente per far sì che ‘se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi’? Ma soprattutto: vogliamo che tutto rimanga com’è o che tutto cambi?

 

Senza voler essere passatisti e conservatori, rifiutando a priori un mutamento che fa parte dell’incedere della storia, sarebbe bene spostare l’attenzione su come fare a cambiare in meglio, evolvendo. Di aspetti positivi chiaramente ce ne sono: l’abbattimento delle spese di importazione, la diminuzione conseguente dell’inquinamento, la differenziazione delle colture e una sana soddisfazione personale nel trovare finalmente un buon avocado a portata di mano. Tuttavia già il claim scelto da SiciliaAvocado per raccontarsi –Anima tropicale, cuore siciliano- un po’ spaventa: se il cuore è lo specchio dell’anima, e dunque la Sicilia lo specchio dei tropici, in gioco c’è più del piacere di trovare frutta esotica Made in Italy al supermercato.

 

Qui si tratta di toccare con mano gli esiti dei mutamenti negli equilibri climatici globali. È giusto che l’agricoltore sia sostenuto nella necessità di ‘adattarsi ai rischi e alle incertezze del cambiamento ambientale ed economico’ come recita il Manifesto sul futuro dei semi redatto nel 2006 dalla Commissione internazionale per il futuro dell’alimentazione e dell’agricoltura. Ma nello stesso documento si parla di agricoltura sostenibile, sovranità alimentare, biodiversità: tutti temi che dovrebbero essere il naturale denominatore di una conversione di colture dettata dalle incombenze climatiche e di mercato.

 

Erano limoneti e aranceti i terreni che vengono trasformati in campi di avocado, chiome puntate di giallo e arancione che nei decenni scorsi hanno monopolizzato senza criterio le terre di quelle aree, arrivando alla sovrapproduzione odierna per cui i costi di raccolta non valgono la raccolta stessa. Questi meccanismi sono pericolosi e tendono a reiterarsi. Leggere che ‘nella scelta delle varietà da impiantare è opportuno tenere in considerazione la produttività, l’accettazione nei mercati e l’epoca di raccolta’ è normale, ma tanto riduttivo da risultare pericoloso. Significa ancora una volta fare una scelta in cui il territorio diventa prodotto solo nel senso economico del termine, non nell’ordine di una compenetrazione reale tra terra e coltura.

 

Emblematica in questo senso è la scelta di moltiplicare le piante tramite innesto, la pratica che Nicolas Joly, uno dei più importanti portavoce della viticoltura biodinamica, descrive come un ‘matrimonio che non è mai armonioso: la differenza di diametro sopra e sotto l’innesto è il segno di un’unione forzata. Immaginate che da oggi qualcuno decida al vostro posto della vostra alimentazione quotidiana.’ L’innesto permette tempi più brevi di messa in produzione e una omogeneità pressoché totale nella piante. Perché davvero quelle terre vulcaniche diventino tutt’uno con il frutto, e questo ottenga anche un’anima siciliana, oltre al cuore, forse sarebbe opportuno partire dal seme, prendersi tempo, e selezionare da zero gli ingredienti di una nuova ricetta.

 

Se invece decidiamo che il tempo scarseggia, una soluzione facile c’è: rassegnarsi alla tropicalizzazione, piantare palme da cocco e alberi di rambutan così da poter continuare a sventolare il nostro tricolore, stavolta sì, tinto di verde avocado.