foto di Lea Anouchinsky/pane carasau; Daniela Zedda/ritratto
testo di Antonio Marras

Io sono un sardo. E sono un artigiano.

Nulla dies sine linea.

Nessun giorno senza prendere una matita in mano e senza tracciare una linea. La mia fantasia è sempre stata caoticamente affollata. Dietro montagne di giornali, di libri, di fogli, pastelli e scarabocchi. Nella mia camera di adolescente avevo un tavolo pieghevole che sembrava cedere sotto quel peso. Nessuno poteva metterci mano. Ho sempre vissuto nel mio mondo, fatto di ordine disordinato e di ordinato disordine. Fuori dalle righe, fuori dai margini. Mi affascinava sporcare, imbrattare, rendere impuro, porre a contatto superfici, oggetti diversi.

L'urgenza di tradurre in segno quel che c'è intorno e dentro di me, nel tempo, si è fatta sempre più pressante. Come se avessi qualcosa che vuol venir fuori e non riesco ad arginare. Per questo ho sempre con me quaderni, taccuini, agende, diari. Senza di loro mi sento perso e con loro non mi sento mai solo. Linee, disegni, pasticci, ciumpulls, ciuroddus, sono le mie parole inespresse, il codice attraverso cui si materializza il mio mondo.

Disegnare è qualcosa di istintivo, che faccio in ogni momento e ovunque. La fase ideativa, creativa, è fondamentale, ma la manuale/esecutiva è quella che mi travolge e appassiona anche di più. Forse perché, almeno per me, non è una fase statica, fissa, immutabile, ma al contrario, è una continua ri-creazione, in divenire, in progress, pronta a cogliere la minima sollecitazione e, magari, diventare altro.

 

Sono attratto dalle mani.

É la prima parte del corpo che guardo, prima degli occhi, prima delle labbra. Le mani parlano, raccontano. Le mani non mentono ed esprimono quello che sei, quello che fai e quello che vorresti essere. Io, con le mie mani ho un rapporto conflittuale, d’amore/odio. Dico sempre che sono “mani rubate all’agricoltura”. Sono mani grandi, nodose, da lavoratore, mani torturate e vissute, sporcate dall’inchiostro e dal caffè. Le mie mani sono martoriate dai miei denti, dai miei nervi, dai miei tessuti, dai colori e dalla trielina, dalla colla, dalle forbici, dallo scotch, dagli spillini e dal filo. Penso che siano la parte del mio corpo che mi appartiene di più e che siano lo strumento principe per vedere e capire.

Sono cresciuto in mezzo ai tessuti, nelle butigas di famiglia. Mi perdevo tra montagne di stoffe e respiravo quell’aria che poi mi avrebbe guidato in questo mondo complesso e sfaccettato. I tessuti hanno l’odore della mia infanzia, dei miei pomeriggi infiniti della mia adolescenza solitaria trascorsa nel retrobottega, ad esplorare, a controllare, a ficcanasare. Ho fin da allora un approccio istintivo con i tessuti e mi definisco “un operatore di tessuti”: mi piace guardarli, soprattutto toccarli. La sensazione tattile me li fa sentire miei, cosa che mi appartiene. Ne arrivano a valanghe, da ogni parte, dall’Italia e dall’estero, e io li controllo ad uno ad uno. Ho un rapporto stretto e privatissimo con i produttori, ai quali faccio fare cose assurde che poi, tradotte, diventano altro. Ho bisogno fisico di toccare, maltrattare, modellare, lasciare una traccia. Da piccolo quando mia mamma mi portava a messa facevo finta di urtare le signore per toccare pellicce, velour, tweed. Materiali tridimensionali, vivi e in movimento continuo.

 

È come fare il pane.

Il tessuto è per me materia da plasmare, modellare, materia a cui dare forma o da cui trarre forma. Forse il paragone è azzardato ma è quasi come fare il pane: la materia viene modellata, lievita, si trasforma. Oppure come lavorare la creta per darle forma o per portare alla luce la forma  che vive dentro la materia grezza. Questo è per me il tessuto: materia che viene progettata in un modo e poi diventa altro e poi si modifica ancora e può diventare altro ancora. Un tessuto destinato alla lingerie può diventare un capospalla o viceversa. Mi affascina il processo in divenire, il lavoro in progress, la sperimentazione, la modifica, il non concluso, l’opera aperta, la magia di una materia che prende via via forma, si definisce man mano che ci si lavora e alla fine diventa un qualcosa che…si indossa! Ritornano nei miei abiti citazioni di artisti sardi, riferimenti alla pittura di Giuseppe Biasi, alla tradizione artigianale delle donne di Ittiri, alle fotografie ingiallite, ricordi e atmosfere di un’antica cultura mediterranea rivisitata e ripensata in modo originale. Gioielli in filigrana, amuleti, trine, tele ricamate, intarsi di tessuti preziosi e poveri assemblati con maestria danno vita a soluzioni sempre nuove, in cui storia e contemporaneità convivono in creazioni di estrema attualità.

 

Tutte le cose del passato.

Abiti, oggetti, libri e dischi hanno su di me un fascino totale. Perché non riesco a non pensare a chi ha indossato quegli abiti, usato quegli oggetti, letto quei libri, ascoltato quei dischi. Distruggerli mi sembrerebbe un oltraggio, un sacrilegio: quasi come se cancellassi la presenza di tante esistenze precedenti alla mia. Reinterpretarli è una maniera per offrire loro un’altra possibilità e, nello stesso tempo, onorare la memoria di chi ha vissuto prima di me, attraverso i suoi effetti personali.

 

Gli oggetti parlano.

Portano con sé tante storie ed hanno urgenza di tesserle, narrarle. Ognuno di loro proviene da tempi e persone diverse e, accostati, acquistano nuovo respiro, sprigionano significati ed energie. Hanno uno strano fascino gli oggetti abbandonati, perduti, dimenticati.

Hanno vissuto tante esperienze di vita, e trasmettono emozioni, stati d’animo, pensieri, memorie.  Racchiudono frammenti di quel che sono stati, di quel che sono e di quello che saranno. In essi ritroviamo il tempo che credevamo perduto e invece torna sempre, anzi è sempre con noi, nei ricordi, nei sapori, negli odori e … negli oggetti.

 

Lavoro come un artigiano.

Sono animato da sempre dalla convinzione che l’artigianato sia matrice di identità e strumento di sviluppo, vero motore capace di rileggere e interpretare il passato ma anche progettare il futuro e proiettare in esso il profilo identitario di un popolo. Soprattutto oggi, in un mondo globalizzato e decisamente avviato verso l’omologazione, all’artigiano spetta il difficile compito di affermare il diritto a difendere e salvaguardare le proprie peculiarità e valorizzare la diversità come fattore di ricchezza e patrimonio da custodire e far conoscere a tutti. Anche da un’analisi superficiale della situazione attuale dell’artigianato sardo emerge l’immagine di una terra disseminata di numerosissimi segni che ora si uniscono ora si separano, creando nuovi percorsi. Sono segni che hanno nature diverse ma, come un corpo unico, portano con sé caratteri identitari e si proiettano nel futuro.