foto di Al Méni
testo di Giorgia Cannarella

Di déjeuner, Grand Hotel e sogni che non invecchiano

Ci sono luoghi che sembrano nati per evocare sogni. Posti che non appartengono alla geografia fisica, ma a quella onirica. Puntini che si uniscono, nel gioco di una Settimana Enigmistica immaginaria, a formare le nostre fantasie più splendenti.

 

Il Grand Hotel di Rimini lo era ben prima che Federico Fellini, nel 1973, lo consacrasse con la scena del ballo in Amarcord. E sono proprio del regista romagnolo alcune delle parole più vivide usate per descriverlo: “Il Grand Hotel di Rimini era il mondo fiabesco dei ricchi, lusso, fasto orientale. Quando le descrizioni dei racconti non erano sufficientemente stimolanti da ispirare scene suggestive nella mia immaginazione, tiravo fuori il Grand Hotel. Volevamo girarci attorno come dei topi per cercare di dare un’occhiata all’interno ma era impossibile. Così guardavamo furtivamente dietro il grande cortile (sempre all’ombra delle palme che raggiungevano il quinto piano) pieno di affascinanti macchine dalle indecifrabili targhe”.

 

Era il 1904 quando l’architetto sudamericano Paolo Somazzi - una celebrità al tempo - progettò il Grand Hotel, come parte di una più generale opera di ammodernamento e "reinterpretazione" della cittadina romagnola intorno agli stabilimenti balneari, i viali, i parchi. "La più bella spiaggia dell’Adriatico”, questo doveva diventare Rimini. E questo diventò, con il Grand Hotel - inaugurato ufficialmente il 3 luglio 1908 - a dominare le estati in Riviera dall’alto dei giardini esotici, delle terrazze, della magniloquente facciata in stile Liberty. Parte del fascino, ovviamente, era merito degli ospiti: in un solo secolo nelle sue stanze sono passati principi e duchi, regine e presidenti, celebrità - che a inizio Novecento potevano essere Enrico Caruso e Guglielmo Marconi, e negli anni Novanta Lady Diana o Bruce Willis.

 

L’incendio del 1920 e la Seconda Guerra Mondiale l’hanno pesantemente danneggiato, senza però intaccare minimamente la sua capacità di far sognare. Grazie a quella capacità tutta emiliano-romagnola di scuotere le spalle e ricominciare, scrollandosi di dosso la polvere e le macerie, incuranti dei danni e degli anni.

 

E domenica scorsa il Grand Hotel era ancora lì, scintillante di bellezza nel sole di giugno, mentre dai cancelli aperti sciamavano gli ospiti del déjeuner sur l’herbe organizzato da Al Méni.

 

Déjeuner, attenzione, e non brunch. E qui le parole si fanno più importanti che mai. Ormai si usa il termine inglese per definire qualsiasi attività mangereccia si svolga tra la domenica mattina e la domenica pomeriggio. Brunch sono le torrette di pancakes gommosi affogate nello sciroppo d’acero, le file interminabili al buffet, i bloody mary annacquati e i bagel dal retrogusto di plastica.

 

Niente di più lontano dal buffet in giardino, curato dallo chef Claudio Di Bernardo e dal pasticcere Roberto Rinaldini, che era stato allestito nel giardino del Grand Hotel. Cartoline di rara bellezza, che sembravano venire da un mondo in cui è normale bere bicchieri di bollicine sdraiati su un plaid a scacchi, tirando fuori dal cestino paninetti morbidi e lucidi. Un mondo in cui bambini laccati come principini corrono in mezzo ai tavoli e ale sedie di ferro bianco battuto, alzandosi in punta di piedi per prendere il macaron in cima alla torre, quello più bello e colorato.

 

Era la Romagna del lusso e dell'abbondanza, quella del déjeuner. Quella che riesce ad essere raffinata e godereccia allo stesso tempo, quella non ha vergogna di ostentare eleganza e benessere. Quella che, oggi come cento anni fa, si affaccia dalle terrazza del Grand Hotel e, se vede il tendone del circo di Al Méni all'orizzonte, non si scompone più di tanto. Perché il confine tra sogno e realtà, dopotutto, non è mai così sottile come qui.