testo di Giorgia Cannarella

Fukushima Soup

Mettersi nelle mani di, un’espressione idiomatica che ritroviamo uguale in lingue diverse. La stessa simbologia, evocata con tanti accenti e altrettante sfumature. I put myself in your hands. C’est entre les mains de dieux. La metafora perfetta per evocare quell’atto di scriteriata e sublime follia che è fidarsi completamente di qualcuno.

Lo stesso che compiamo sedendoci a un ristorante, o anche solo al tavolo di un amico. Dove le mani non sono più metaforiche, e diventano quelle di chi il piatto lo crea, lo mette insieme, ce lo serve. Di quante garanzie abbiamo bisogno per metterci in quelle mani? Fino a che punto può spingersi, il nostro atto di fiducia? I visitatori dell’edizione 2014 di Frieze, la fiera d’arte contemporanea di Londra, troveranno un progetto artistico che li metterà davanti a queste domande. E che da una domanda, infatti, prende il nome.

Dietro a Does this soup taste ambivalent? ci sono due fratelli giapponesi, Brothers Tomoo e Ei Arakawa, che lavorano con il nome di United Brothers. Durante Frieze serviranno ai visitatori una zuppa (preparata dalla loro madre) con verdure cresciute nella regione di Fukushima. Gli ingredienti, assicurano i fratelli, sono stati tutti giudicati sicuri dalla Japanese Farmers’ Association. Ma se lo stesso co-fondatore di Frieze, Matthew Slotover, dichiara che non ha ancora deciso se mangerà o meno la zuppa, l’ambivalenza promette di essere davvero tagliente.

Facciamo un passo indietro. L’11 marzo 2011 un terremoto colpisce il Giappone. Nove: i gradi della scossa sismica, la peggiore nella sua storia - e in quella del mondo. Quaranta: i metri dello tsunami che si è prodotto a seguito della scossa. Quattro: gli incidenti nucleari, uno dietro l’altro, che hanno colpito la centrale nucleare di Fukushima. Sette: il grado del disastro nella scala INES. Prima di allora, solo Chernobyl.

Fino a ottobre 2012, questa era Fukushima per me. Numeri. Cifre da impilare una sull’altra, a comporre immagini di una tragedia tanto grande quanto distante.

Due anni fa, invece, Fukushima è diventata la minuta caparbietà di Yoko Sudo. Sul palco del Salone del Gusto di Torino, durante una conferenza intitolata I Semi della Ricostruzione, la fiduciaria della condotta Slow Food di Fukushima è salita sul palco con il suo orgoglio contadino. Raccontando di come avesse abbassato con l’aratura il valore delle radiazioni da 10mila becquerel a 5mila. O di come, oltre ai suoi terreni, avesse affittato un altro campo per coltivare la soia, capace di eliminare la radioattività. E di come, soprattutto, tutto questo non fosse sufficiente.

Perché la nudità di numeri e dati non basta a fidarsi. Le organizzazioni della sanità e il governo giapponese assicurino che è ormai sicuro consumare verdure, frutta, carne e pesce provenienti dalle zone del disastro, ma i giapponesi esitano ancora a comprare prodotti provenienti dall’area di Fukushima. Si quantifica che le perdite subite dagli agricoltori superino il miliardo.

Con il documentario Uncanny Terrain Junko Kajino e Ed M. Koziarski hanno raccontato i contadini di Fukushima. Per mesi hanno vissuto con loro, mangiato con loro, dormito nelle zone «di evacuazione»: di risposte sicure, però, non ne hanno trovate. Gli agricoltori proseguono caparbiamente il loro lavoro, ma spesso non sono sicuri di poter mangiare quello che loro stessi coltivano.

Già un mese dopo il terremoto la Facoltà di Agraria dell’Università di Tokyo si è attivata per monitorare campi e allevamenti e valutare quanto cesio è stato assorbito dall’acqua e dal suolo. Nel 2013 le ricerche sono state pubblicate con il titolo «Agricultural Implications of the Fukushima Nuclear Accident». Ancora numeri, che dovrebbero rassicurare e calmare la paura e convincere i consumatori ad acquistare prodotti da una regione che - prima del disastro - forniva una grande parte del riso e delle verdure del paese. Ma quante cifre sono sufficienti a fidarsi? Come si fa a mettersi nelle mani di qualcuno, quando quelle mani potrebbero aver assorbito radiazioni?

Gli United Brothers tutte queste domande le servono in una zuppa. Sta a noi allungarci e prenderla.