foto di Roberto Taddeo
testo di Lucia Gaiotto

In direzione ostinata e contraria

Camminava all’indietro, Mario. Aveva 18 anni, la Guerra era finita da poco, in tutta la provincia non c’era un ponte che avesse retto i bombardamenti e a traghettarti da una sponda all’altra dei fiumi erano i barcaioli; appena oltre Torino i boschi fiancheggiavano le strade e la campagna si estendeva priva di confini, dorata e terrosa.

Camminava all’indietro, Mario, ma quello non c’era scritto sull’etichetta. Sull’etichetta c’era scritto di aprire la confezione all’aria aperta, c’erano scritte le proporzioni in cui mescolare la polvere all’acqua, c’era scritto di usare i pesticidi in assenza di vento, preferibilmente la sera; c’era anche scritto di non fumare, mangiare o bere durante il trattamento. E Mario, le istruzioni, le aveva lette più volte.

Così, il veleno lo dava la sera. Se l’orizzonte s’incupiva aspettava che piovesse e poi usciva nei campi, mentre il cielo si macchiava di buio ai bordi e l’aria si riempiva dell’odore della terra bagnata e dei lombrichi. Era allora che nascevano i pidocchi: dopo la pioggia, quando l’aria era calda e umida.  All’inizio non era facile notarli, ma bastavano poche ore perché si riproducessero a migliaia, lì attaccati alle foglie d’insalata, ai gambi dei pomodori, a succhiare la linfa dei fagioli. Distruggevano interi raccolti, se non li distruggevi a tua volta.

Mario indossava la maschera, riempiva l’atomizzatore di acqua, ci scioglieva dentro la polvere: 12 kg di veleno che avrebbe diffuso in minuscole goccioline, invisibili a occhio nudo, nebulizzate nell’aria come un segreto letale, rugiada venefica e invincibile. Usava l’E605, di cui nessuno sapeva nulla tranne che era potentissimo, un serial killer agricolo che non risparmiava né s’impietosiva.

Mario, con l’atomizzatore in spalla, spruzzava il veleno lungo i filari, camminando all’indietro, mentre il sole calava e le rondini passavano in mezzo al cielo come caratteri di un alfabeto sconosciuto e bellissimo. Camminava piano, lentamente, un passo dopo l’altro tra i solchi nel terreno, i piedi negli stivali anche quando faceva caldo, mentre le impronte si diffondevano come un sentiero a ritroso, imprimendo il loro segno nelle zolle del campo. A volte, l’unico rumore a parte quello dell’atomizzatore era il suo stesso inspirare ed espirare l’odore pungente e acuto del veleno. Altre, invece, ad accompagnarlo erano le risate.

I Tuninetti avevano il campo accanto al suo. Davano anche loro l’E605, ma lo davano in avanti, venendo incontro a Mario che ad ogni passo si allontanava un po’ di più da loro e dal veleno. Venivano in avanti nebulizzando il pesticida, venivano avanti e ridevano: risate fragorose, accompagnate da gomitate e occhiate divertite. Ridevano di Mario, del loro vicino che camminava lento, che quando loro rientravano a casa e si versavano il Barbera era ancora lì a camminare al contrario, a seguire una strada a rovescio.

 

Le dorifore nascono al mattino, si accoppiano e in un giorno fanno migliaia di uova. Le covate si attaccano alle foglie e gli insetti appena nati divorano tutto, famelici e affamati come chi ha appena visto la vita. Vanno sulle patate, sulle melanzane e la gente le uccide con il veleno.

Mario no. Mario ha 87 anni, un figlio ingegnere e una nipote che sta per sposarsi. Sua moglie non c’è più, e lui ci pensa ogni giorno, a quel vuoto sul lato sinistro del letto: ci pensa la mattina quando si sveglia, ci pensa la sera prima di addormentarsi. Con gli anni, l’unico antidoto che ha trovato alla solitudine è stato continuare il suo lavoro, quello che ha sempre fatto, quello di arare, seminare, concimare, raccogliere, stagione dopo stagione, mentre il ciclo dell’esistenza si ripete e la sua vita si accorcia.

L’orto è grande: non come i campi di quando era giovane e andava ai mercati generali, ma abbastanza da dargli da fare tutti i giorni. Specialmente quando è stagione di patate e melanzane e le dorifore si moltiplicano. Gliel’hanno detto in tanti, di usare il veleno, ma lui scuote la testa, risponde che di veleno ne ha usato tanto, ma mai per la famiglia. Così, aspetta. Aspetta che si faccia mezzogiorno, quando il sole è alto, brucia la testa e le dorifore vanno sulla sommità delle piante, come se volessero abbronzarsi in una località di villeggiatura. Hanno il carapace giallo ocra, con striature marrone scuro, e a guardarle così, senza pregiudizi, sono perfino belle. Ma Mario pensa a tutto, tranne che alle loro sfumature biondo dorate. Quando ne parla, dice sempre che sono arrivate dopo la Seconda Guerra Mondiale: non sa perché, ma prima non c’erano e poi eccole lì, a divorare patate e melanzane come se non avessero fatto altro che vivere in Piemonte e ingozzarsi di purea farinosa.

Mario cammina tra i filari con un secchio di metallo nella mano sinistra, osserva le piante con attenzione e quando le vede, scaldate dal tepore di mezzogiorno, dà un colpetto alla sommità della pianta, così, un tocco leggero con l’altra mano. Sono mani piene di macchie, le sue, con le vene in rilievo come radici che scorrono sotto la superficie della pelle; sono mani con le dita grandi e il nero del terriccio sotto le unghie; sono le mani di chi ha passato la vita intera sotto il sole, di chi ha visto i carretti trasformarsi in camion e i fienili in fabbriche di circuiti elettrici. Mani che sanno cosa devono fare: gesti semplici e precisi, un colpo soltanto per far crollare gli insetti nel secchio, come se stessero raccogliendo more o mirtilli.

Ci mette almeno due o tre ore, a fare il giro di tutto il campo. Poi, con il secchio pieno di insetti, si siede all’ombra del gelso e, una ad una, le uccide. Pesca in mezzo a quel brulicare giallo, tiene ferma la dorifora tra i polpastrelli di indice e pollice e poi preme, fino a quando non sente il rumore croccante dell’esoscheletro che si rompe. È un uccidere lento, che si protrae per tutto il tempo necessario ad accumulare sull’erba corpi inerti che faranno da concime per i fiori.

È un uccidere consapevole, un uccidere con cui la gente non vuole avere a che fare. Mario pensa ai fratelli Tuninetto, morti di tumore ai polmoni a 30 anni, e ringrazia di aver camminato all’indietro.