testo di Lucia Gaiotto

Le api non hanno le scarpe

Le hanno disegnate perfino sulle pitture rupestri. Sì, accanto ai mammut e ai bisonti, così piccole che nessuno le nomina mai. E invece eccole lì, minuscole e discrete eppure sempre presenti, fin dai primordi. “In pochi se ne rendono conto, ma sono loro le migliori amiche dell’uomo. In Arizona esiste un’intera foresta pietrificata, il Petrified Forest Park, con giganteschi tronchi di conifere completamente fossilizzati. Ecco, dentro quei tronchi hanno trovato dei favi. Sì, favi delle api risalenti a 200 milioni di anni fa.”

 

Michele Gaido mi guarda con occhi limpidi e luminosi. Indossa un paio di pantaloncini sfilacciati ricavati da vecchi jeans e una t-shirt sbiadita. È magro, con i capelli un po’ spettinati e il viso di chi è abituato a stare all’aria aperta, apparentemente fuori posto seduto alla scrivania del suo studio, davanti a decine di volumi sulla riconversione ecologica e le proprietà curative del miele. Quando parla di apicoltura il sorriso gli contagia gli occhi.

Mi spiega che i prodotti delle api fanno parte della dieta umana fin dall’antichità, ma è solo negli ultimi 120 anni che le tecniche apistiche si sono sviluppate al punto da permettere di ottenere mieli monoflorali: prima si parlava di “miele unico”, una sorta di condensato del miele dell’anno. Gli uomini non facevano altro che raccogliere i favi, senza intervenire in alcun modo nel processo di produzione del miele, e dell’intero favo si nutrivano, ingerendo nutrienti che altrimenti scompaiono. “Il 5% del favo è costituito da cera, un vero e proprio cosmetico naturale per la pelle; all’interno del favo, poi, c’è il cosiddetto “pane delle api”, alimento miracoloso che oltre al polline predigerito contiene anche propoli e miele. Certo, di tanto in tanto i raccoglitori, nutrendosi del favo così come lo trovavano in natura, si mangiavano anche la covata, ma non era poi un gran problema, anzi!” osserva Michele ridendo.

 

È una risata leggera, discreta, simile alla sua stessa presenza. Parla lentamente, a bassa voce, come se l’abitudine al contatto con le api gli avesse fatto perdere la frenesia tipica del nostro procedere per obiettivi. Michele ha dedicato la sua intera vita al miele e alle api: è nel 1989, non ancora trentenne, che decide di fondare “Il miele della vita”, piccola azienda nella provincia torinese con la vocazione all’apicoltura naturale, biologica, rispettosa dell’ambiente e della salute. “Mio fratello era appena morto di tumore, aveva 36 anni. Ho deciso che dovevo fare qualcosa e ho lasciato il mio posto in banca.” Da allora, i suoi prodotti sono stati inseriti nel Paniere dei prodotti tipici della provincia di Torino, e hanno ottenuto il marchio Slow Food.

 

“Per secoli il miele è stato il dolcificante per eccellenza: tutti i dolci arabi sono a base di miele, così come lo era il gelato delle origini. Le cose hanno iniziato a cambiare con la scoperta dell’America, quando lo zucchero è diventato un business per l’Europa. In un certo senso, era il petrolio dell’epoca.” Ma la vera svolta avviene a fine del 1600, quando un certo Thomas Willis nota che le urine dei pazienti ricchi e famosi sono caratterizzate da un sentore dolciastro. Il Dr Willis ha appena scoperto una nuova malattia, da lui inizialmente definita “infiammazione da zucchero” o “malattia da saccarosio”. Peccato che il Dr Willis sia il medico di re Carlo II, oltre che di molte altre personalità prestigiose: dare la colpa di una malattia a quello che era il principale business commerciale del Vecchio Continente è fuori discussione. Così, il nome si trasforma in “infiammazione da miele” o “diabete mellito”, definizione giunta fino a noi. Tutta colpa delle api, quindi: non a caso, ad oggi il consumo di miele raggiunge appena i 4/5 etti pro capite contro i 30 kg di zucchero, nonostante il trend attuale dimostri che il solo diabete potrebbe portare all’estinzione del genere umano.

 

Una battaglia persa dalle api, e dagli apicoltori, che specialmente negli ultimi tempi combattono parecchio. “Le api non hanno le scarpe” mi dice Michele con gli occhi seri “e nemmeno gli altri animali. Quando ero piccolo io, e si parla di una quarantina di anni fa soltanto, in Piemonte c’erano alberi ovunque e in ogni centimetro d’acqua trovavi la vita. Ora sappiamo fin troppo bene qual è la situazione. Il problema è che noi possiamo proteggerci, almeno in parte, ma gli animali no: continuano a bere dai ruscelli, a nutrirsi di erbe spontanee e fiori contaminati dai pesticidi chimici; non hanno scarpe con cui camminare su un mondo ormai completamente inquinato. Ho un grande rispetto per le api: lavorano per noi e fanno parte dell’unità del mondo. Eppure, allo stato attuale delle cose, negli Stati Uniti la loro scomparsa è prevista per il 2035.”

 

Michele mi guarda, poi mi porge un foglio. È la scheda tecnica di un insetticida per il mais. “Ieri notte mi sono accorto che stavano trattando il granoturco. Non dovrebbero, non durante la fioritura, ma lo stavano facendo. Così ho dovuto alzarmi alle 4 del mattino per portare via gli alveari, 34: se li avessi tenuti qui le api mi sarebbero morte tutte. Ormai non sai più dove tenerle: muoiono vicino ai vigneti, muoiono vicino ai campi di mais, le trovi sempre più spesso con la lingua di fuori. È come una nuvola tossica che si sposta dappertutto e avanza inseguendoti.”

 

Che la scomparsa delle api sia una minaccia per l’uomo è cosa nota fin dalla celebre frase attribuita ad Albert Einstein: “Se l'ape scomparisse dalla faccia della terra, all'uomo non resterebbero che quattro anni di vita.” Dopotutto è a loro che dobbiamo l’impollinazione e la crescita dei frutti, così come gli incroci tra le piante, lo sviluppo della biodiversità e l’evoluzione delle specie. “Una volta si credeva che metodi di coltivazione e allevamento naturale potessero convivere con quelli convenzionali, ma ora non è più possibile. Non abbiamo alternativa. Gli insetticidi si comportano come un detective che, non sapendo chi è il colpevole, arresta tutti i sospettati: per colpire un parassita condannano anche gli insetti buoni. Esistono sostanze naturali come il piretro e il neem che non lasciano residui, ma per impiegarle bisogna compiere una scelta consapevole. Le api non puoi salvarle a parte, serve una vera e propria riconversione ecologica su tutti i livelli, a partire dall’agricoltura. La più grande bugia che possiamo raccontarci è che per mangiare serva la chimica: in una manciata di buon terreno ci sono più microrganismi che esseri umani sulla terra. La fertilità dipende da loro, gli stessi che abbiamo distrutto con i pesticidi e alla cui mancanza sopperiamo con i concimi chimici.”

 

Michele abbassa la testa. La sua passione deve anche dargli da mangiare, e sta diventando sempre più difficile. Fare il miele è un miracolo, al quale concorrono migliaia di fattori: l’impollinazione deve avvenire velocemente, in un determinato periodo, a una certa temperatura. Se fa caldo ma tira vento le api non impollinano, se è troppo umido neanche; poi ci sono i parassiti come la varroa, che stermina interi alveari e che in pochissimi osano combattere con sistemi naturali; c’è la concorrenza dell’apicoltura intensiva, con api alimentate a zucchero, riducendo costi e rischi; e infine c’è la chimica: “Gli avvelenamenti ormai non si contano nemmeno, per non parlare del vandalismo. Gli apicoltori portano i loro alveari negli stessi posti, gli unici puliti: adesso per esempio si va tutti nel Canavese. Ma non sempre la popolazione è contenta.”

 

E, come se non bastasse, in Italia il miele è pagato molto meno che negli altri paesi e l’unica vera fonte di reddito sono i prodotti di nicchia, come l’aceto di miele che produce la sua azienda. “Sto lavorando a degli esperimenti sull’idromele. Lo sapevi che è la bevanda più antica del mondo?” Mi spiega che Carlo Magno aveva nominato un esperto d’idromele in ogni villaggio tante erano le varietà, un po’ come oggi per il vino. “Quello, sì, mi darebbe da vivere. Ma per produrlo in maniera commerciale servono attrezzature troppo costose e ho già investito tutto ciò che ho. Se fossi giovane non intraprenderei questo mestiere a cuor leggero: allo stato attuale, a meno di un cambiamento vero e proprio, non rischiano la vita solo le api, ma anche gli apicoltori.” Michele mi guarda con espressione calma e il suo sorriso serio. Decifrare ciò che gli attraversa lo sguardo è difficile, come penetrare nel cuore profondo delle cose. Mi chiede se voglio vedere il suo laboratorio.

 

Il capannone è di legno, spazioso: sembra di stare in Finlandia, dentro un edificio di Alvar Aalto. È tutto pulitissimo e il profumo del miele penetra attraverso la pelle, addolcendo ciò che pare irrisolvibile. Mi mostra le arnie, in particolare quelle che ha modificato manualmente per combattere la varroa, senza insetticidi. Poi mi accompagna fuori: due gatti si scaldano sull’erba, diversi pannelli solari catturano i raggi del pomeriggio. In lontananza, campi di granoturco a perdita d’occhio e un cielo azzurrissimo, così azzurro che sembra nuovo, mai squassato da temporali, mai ferito dalle scie degli aerei. Sento il ronzare delle api in lontananza e penso che se potessi regalerei a ognuna di loro un paio di scarpe bellissime, con le quali festeggiare per i prossimi 200 milioni di anni.